Attendibilità e trasparenza dei sistemi di intelligenza artificiale alla luce di un esperimento
Abstract. Si è voluto mettere alla prova ChatGPT attraverso un esperimento. Il test, condotto negli Stati Uniti e in Italia con plurime interrogazioni ripetute a distanza di mesi, ha visto sottoposte alla chatbot alcune domande sull’istituto dell’appello penale, nonché alcune richieste di aiuto per la stesura di un atto giudiziario e nel reperimento di fonti giurisprudenziali. L’esame ci ha mostrato un “infante artificiale”. Al di là della qualità delle fonti e delle modalità di funzionamento dell’algoritmo, a destare preoccupazione e sfiducia è la tendenza a produrre allucinazioni e mantenere opachi i percorsi di elaborazione dei dati. Eppure, se la giustizia ambisce ad implementare la propria efficacia ed efficienza, difficilmente potrà continuare a non servirsi di tali tecnologie. L’esperienza condotta con ChatGPT, alla luce anche dell’AI act, ci prospetta la necessità di un lavoro multidisciplinare per lo sviluppo d’intelligenze artificiali idonee a supportare il lavoro dei giuristi senza sostituirsi ad essi e nel rispetto dei principi del giusto processo.
SOMMARIO: 1. Introduzione. – 2. Che cos’è ChatGPT? – 3. L’interrogazione in diritto processuale penale a ChatGPT: precisazioni metodologiche. – 4. (segue) I risultati. – 5. L’Intelligenza Artificiale soffre di allucinazioni. – 6. L’opacità dei percorsi di elaborazione generativa delle IA. – 7. Quale futuro per le professioni e la giustizia? – 8. Conclusioni.
* In vista della pubblicazione su Diritto penale contemporaneo – Rivista trimestrale, il contributo, qui pubblicato in anteprima, è stato sottoposto in forma anonima, con esito favorevole, alla valutazione di due revisori esperti.
Alessandro Valenti
Maria Cecilia Cardarelli
Guido Colaiacovo
Valentina Vincenza Cuocci
Giorgio Fontana
Wanda Nocerino
Angela Procaccino
Francesco Giacomo Viterbo
Donatella Curtotti



Diego Amidani