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11 Gennaio 2022


Innovazione del sistema penitenziario: la Relazione finale della Commissione Ruotolo


Pubblichiamo in allegato la Relazione finale della Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario (istituita dalla Ministra della Giustizia con d.m. 13 settembre 2021) e, di seguito, una presentazione dei lavori della Commissione, redatta per la nostra Rivista dal Presidente Prof. Marco Ruotolo.

 

Per presentare brevemente la relazione finale della Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario, che ha concluso i suoi lavori il 17 dicembre 2021, impiegherò due parole chiave: concretezza e idealità. Secondo quanto ci era stato richiesto (d.m. 13 settembre 2021), abbiamo elaborato suggerimenti puntuali per migliorare la quotidianità penitenziaria, partendo da una visione costituzionale della pena, incentrata sui principi di umanizzazione e di rieducazione, sul valore del libero sviluppo della personalità attorno al quale ruota l’intera trama della Carta repubblicana. Allo stesso modo, il lavoro si è orientato nella direzione della valorizzazione di previsioni già contenute nell’attuale normativa penitenziaria, concernenti, tra l’altro, la responsabilizzazione del recluso, l’essenziale progressione trattamentale e la necessità di un costante rapporto con la società esterna. La nostra attenzione ha riguardato non solo le persone detenute, ma tutti coloro che operano in carcere, svolgendo ruoli delicatissimi, accomunati dall’obiettivo di accompagnare il singolo nel percorso di reinserimento sociale, garantendo l’ordine e la sicurezza all’interno degli istituti.

Siamo partiti, idealmente, da un preciso assunto che interessa la dimensione spazio-temporale della pena detentiva, considerando come riferimento il muro di cinta del carcere e non la camera di pernottamento. L’intero spazio dell’istituto andrebbe infatti impiegato al meglio per consentire lo svolgimento di attività utili nella prospettiva del reinserimento sociale, dando un senso al tempo della pena. Di qui l’assunto per cui lo spazio a disposizione del singolo potrebbe ridursi progressivamente (fino a corrispondere alla camera di pernottamento) soltanto per puntuali ragioni di ordine e sicurezza.

La qualità della vita in carcere deve essere, nella prospettiva da noi seguita, non solo “decente”, ma idonea all’attivazione di un processo di autodeterminazione che possa permettere al singolo di “riappropriarsi della vita”.

Su queste premesse e in tempi molto brevi, motivati dall’urgenza di intervenire rappresentata dalla Ministra Cartabia, abbiamo elaborato una strategia complessiva di azione, che interessa anche le strutture materiali, il personale e la sua formazione.

Nelle proposte di revisione della normativa e nei suggerimenti per interventi amministrativi abbiamo perseguito anche l’obiettivo della semplificazione della gestione dell’esecuzione penale, incidendo, in particolare, su sei aree tematiche: diritti, lavoro e formazione professionale, salute, tecnologie, sicurezza, formazione del personale. La traduzione in pratica delle nostre elaborazioni si trova nelle 226 pagine della relazione finale, che comprendono proposte normative redatte in articoli e suggerimenti per la messa in opera di 35 azioni amministrative. Ad essere considerata come prioritaria è la revisione del regolamento penitenziario del 2000, concepita e redatta in modo da poter essere compiuta a prescindere dalle pur suggerite modifiche della normativa primaria.

Le proposte spaziano in diversi ambiti: dalla previsione della presenza, per almeno un giorno al mese, di un funzionario comunale, per consentire il compimento di atti giuridici da parte di detenuti e internati, alla costituzione di una struttura regionale di coordinamento e monitoraggio per il lavoro, con il compito di promuovere anche l’incontro tra domanda e offerta (si consideri che, a fronte di un 33% di detenuti impiegati, l’attività lavorativa media pro capite non supera gli 85 giorni per anno); dal pieno adeguamento della normativa alla disciplina di riforma della sanità penitenziaria, che comprende una specifica attenzione alla sofferenza psichica anche nella regolamentazione delle misure alternative, alla revisione della disciplina dei permessi, finalmente concedibili non solo per motivi di “particolare gravità”, ma anche di “particolare rilevanza”; dalla configurazione della tracciabilità delle richieste di detenuti e internati alla predisposizione di forme di reclamo giurisdizionale per l’ipotesi di mancate o tardive risposte;  dalla istituzione di una cabina di regia per l’istruzione in carcere, che valorizzi, in particolare, l’integrazione della didattica digitale con la didattica in presenza, ad una innovazione tecnologica che comprenda, tra l’altro, l’introduzione di totem touch per le istanze dei detenuti, l’impiego di personal computer, anche con uso di internet attraverso piattaforme specificamente configurate, di app per la prenotazione dei colloqui da parte dei familiari, sino alla “liberalizzazione” delle telefonate, ammettendo anche l’uso di telefonini configurati ad hoc (senza scheda e con chiamate ai soli numeri autorizzati), con possibilità di impiego nei tempi e nei modi che saranno definiti dall’amministrazione.

L’innovazione tecnologica appare di particolare rilievo sia per una migliore fruizione dei servizi, con alleggerimento del carico di lavoro del personale, sia per ragioni di sicurezza che possono essere soddisfatte con l’impiego di idonee strumentazioni (video sorveglianza, metal detector, body scanner, sistemi anti-drone).

Specifica attenzione è poi dedicata alla formazione del personale, a coloro, cioè, che possono davvero essere gli attori del cambiamento. L’elaborazione di proposte relative all’organizzazione della formazione e di puntuali linee guida in tale ambito parte proprio da questo presupposto, investendo, tra l’altro, i delicati temi della gestione degli eventi critici e della tutela delle identità.

L’obiettivo complessivo dei lavori della Commissione può così essere sintetizzato: fare sì che la pena, quale che sia la forma di espiazione, abbia la capacità di re-includere, contribuendo a restaurare e a riscostruire quel legame sociale che si è interrotto con la commissione del reato. Re-includere vuol dire avviare un processo potenzialmente in grado di ridurre il rischio di ricaduta nel reato, agendo, dunque, non solo per soddisfare l’interesse del reo, ma anche per rispondere a quel bisogno di sicurezza spesso avvertito come priorità dai consociati. Finalmente guardando alla risposta di giustizia come tesa a responsabilizzare in vista del futuro e non solo a porre rimedio al passato.