Editoriale  
22 Giugno 2026


In ricordo di Elvio Fassone (1938-2026). Recensione di "Fine pena: ora", Sellerio, 2015


Gian Luigi Gatta

È scomparso ieri Elvio Fassone, già magistrato (Pretore a Pinerolo e Presidente di Corte d'Assise a Torino), componente del C.S.M. e per due Legislature Senatore della Repubblica. La nostra Rivista partecipa al lutto dei familiari, dei colleghi e della comunità degli studiosi ed esperti del sistema penale per la scomparsa di un giurista raffinato e di una persona che, con la sua attività e con i suoi scritti, è riuscita come poche a mettere al centro l'umanità nelle vicende della pena. Ci piace, nell'immediatezza della scomparsa, ricordare Fassone ripubblicando la recensione al suo splendido "Fine pena: ora" (Sellerio, 2015), uscita a firma di chi scrive sulla Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale nel 2017. Un libro che resterà e che oggi, in considerazione della crisi del carcere, dell'emergena suicidi e del farsi strada del paradigma della giustizia riparativa, è se possibile ancora più attuale di quando fu scritto.

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Elvio Fassone, già magistrato e componente del C.S.M., nonché Senatore della Repubblica per due legislature, ha scritto un libro capace, come pochi, di parlare del dramma dell’ergastolo. Lo ha fatto con un libro per il grande pubblico, attraverso un felice espediente letterario. La narrazione si dipana infatti lungo una storia vera e una corrispondenza unica, più che singolare: quella che per ben ventisei anni è intercorsa tra un ergastolano, Salvatore, e il suo giudice: il presidente di una Corte d’Assise che, dopo aver pronunciato la condanna all’ergastolo, all’esito di un maxi processo di mafia, non resiste alla “folle” idea di scrivere al condannato, inviandogli un buon libro da leggere e dando il via a un rapporto umano tanto profondo e toccante, quanto inimmaginabile.

A dare il là all’impulso del giudice è l’umanità del giovane imputato, emersa nel corso del processo attraverso alcuni episodi. Tra questi, una domanda rivolta al giudice: “Presidente, lei ce l’ha un figlio?...glielo chiedo perché le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”.

Come ha scritto Corrado Stajano sulle pagine del Corriere della Sera (26 gennaio 2016), quello di Fassone è “un libro dolorante e bellissimo, una storia minuziosamente vera, scritta con umanità profonda, senza linguaggi melensi”. È un libro che mostra al lettore due realtà nascoste che scaturiscono dalla pronuncia di una condanna all’ergastolo. La prima è l’irrequietezza del giudice, consapevole del ruolo istituzionale che ricopre, del dovere di fedeltà alla legge e della gravità delle conseguenze prodotte dall’arma della pena, che gli tocca di dover maneggiare. Un giudice che resta umano anche dopo aver inflitto una pena inumana, riuscendo a mostrare la propria umanità al condannato, che la percepisce e arriva a scrivergli, tramortendolo: “Presidente, io lo so che lei mi ha dato l’ergastolo perché così dice la legge, ma lei nel suo cuore non me lo voleva dare”.

I ruoli si invertono, e il giudice viene assolto dal condannato, che lo libera da ogni possibile traccia di rimorso.

La seconda realtà, centrale nella narrazione, è quella dell’ergastolo, raccontata attraverso il vissuto quotidiano della detenzione, per come emerge nella lunga corrispondenza conservata da Fassone per così tanti anni e abilmente messa a frutto. Il libro ha qui il merito di mostrare l’umanità e la disperazione, anch’essa umana, di un ragazzo della mafia, autore di reati violenti, diventato uomo in carcere, dove la sua vita è drammaticamente destinata a svolgersi. Quel ragazzo prima, e quell’uomo poi, vengono avvicinati al lettore, superando le barriere che impediscono ai più, soprattutto quando si tratta di reati particolarmente gravi, di mettere tra parentesi il reato e di guardare all’uomo che lo ha commesso, provando compassione per la punizione che deve subire. È un processo, osserva lucidamente Fassone, che può compiersi non già nell’immediatezza dei fatti, quando la ferita delle vittime è ancora lacerata, ma dopo un po’ di tempo, quando la tempesta è passata.

E la leva del sentimento di pietà è la costatazione di come l’esperienza del carcere, protratta per lunghi anni, modifichi talora le persone, rendendole diverse rispetto a quelle che hanno commesso il reato. È così per Salvatore, che il lettore segue nel suo percorso rieducativo, che passa attraverso la scuola, il lavoro, il teatro, la cucina e lo porta, dopo 21 anni, a riassaporare “un sorso di libertà”, in occasione di un primo permesso. Senonché, scrive Fassone, “se è vero che la pena può dare frutto, ebbene il frutto è davvero maturo, è tempo di coglierlo altrimenti marcisce. Ma fuori non lo sanno, non tutti hanno la ventura di tenere corrispondenza con i condannati all’ergastolo”.

Pagina dopo pagina, il lettore avverte l’accumulo di disperazione del detenuto: dapprima per le dolorose e inevitabili conseguenze della vita in carcere — compresa la fine della relazione sentimentale con la fidanzata che sembrava inseparabile — e poi per i continui trasferimenti da un istituto all’altro e per la revoca dei benefici legata al sospetto di collegamenti attuali con l’organizzazione criminale. “Stanco di sbarre”, Salvatore giunge all’acme della disperazione e tenta di impiccarsi: “un agente di custodia arriva in tempo a salvarlo, ma ormai l’altra fune, quella della resistenza interiore, si è definitivamente spezzata”.

Se e quando l’unica via per sostituire al “fine pena mai” il “fine pena ora” finisce per essere rappresentata dal suicidio — questo il messaggio ultimo e crudo del libro di Fassone — la società ha il dovere di fermarsi e di riflettere sull’opportunità di superare la pena perpetua, se non altro per non far marcire i frutti maturati in carcere, che pur sempre uomini sono.