Recensione  
02 Dicembre 2022


A proposito di L. Pagano, Il Direttore. Quarant’anni di lavoro in carcere, Zolfo Editore, 2020


Maurizio Romanelli

* Il testo riadatta l’intervento dell’Autore in occasione della presentazione del libro che si è svolta, nell’ambito del ciclo di incontri promosso da Rete per i diritti, lo scorso 25 novembre presso l’Università degli Studi di Milano.

 

La “comunità dei giuristi”, nel suo insieme, deve moltissimo a Luigi Pagano, e questa breve presentazione del suo lavoro autobiografico è forse il modo migliore di ricordarlo, anche a lui.

Semplicemente, la sua figura ha avuto rilievo fondamentale per cercare di portare nel mondo del carcere la riforma dell’ordinamento penitenziario, di rendere il carcere più compatibile con le regole costituzionali ed anche più conosciuto ed accettato dalla società nel suo complesso.

Per la nostra comunità dei giuristi il dott. Pagano è stato “il Direttore” e già questo è uno straordinario riconoscimento del lavoro che ha svolto, perché ci sono ovviamente modi diversi di intendere le funzioni di “direttore” e modi diversi – profondamente – di intendere il carcere e la pena detentiva anche all’interno della categoria dei direttori (ed all’interno del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nel suo complesso).

Il percorso professionale del Direttore Pagano si è svolto lungo 40 anni (come recita il sottotitolo), a partire dal 1979 ed ha attraversato la storia terribile di quegli anni nel nostro paese: il terrorismo interno, la violenza nelle carceri così come nel paese, le stragi di mafia, il periodo di mani pulite e l’ingresso dei colletti bianchi in carcere, il tutto visto da un angolo visuale particolare e cioè sostanzialmente a scacchi, come si dice per la visione che hanno i detenuti dell’esterno del carcere.

Ha attraversato anche la situazione drammatica delle carceri italiane, con i “rimproveri” all’Italia da parte dei verificatori del Consiglio d’Europa sino ad arrivare alle dure condanne della Corte Europea dei diritti dell’uomo per la violazione dell’art. 3 Cedu (dalla “Sulejmanovic” del 16.7.2009 alla “Torreggiani” dell’8 gennaio 2013); situazione oggi certamente migliore, ma il numero dei suicidi dell’anno è assolutamente drammatico.

Nel libro c’è la narrazione di questa storia dal di dentro, prima da vicedirettore e poi da direttore, a cominciare da Pianosa (l’”isola del diavolo” dove da sempre il potente di turno confina il pericoloso o lo sgradito), poi il supercarcere di Badu e’ Carros (con il terribile omicidio di Francis Turatello), poi l’Asinara, dove venne inviato Raffaele Cutolo dopo la liberazione di Ciro Cirillo da parte delle Brigate Rosse, poi un breve periodo a Piacenza.

Da lì una crescita che lo porta alla Direzione di Brescia, dove comincia a rivoluzionare il carcere (qui rivoluzionare è il termine adeguato: basta pensare al teatro dentro ed al teatro fuori, con interpretazioni fortemente innovative della disciplina penitenziaria, o al Maurizio Costanzo show celebrato all’interno della struttura, alla presenza del Ministro Mino Martinazzoli) e poi a Taranto, dove prosegue l’opera di apertura del carcere, con l’ingresso all’interno della struttura degli artisti per i detenuti (in quel caso si trattò di Mario Merola).

Infine, estate 1989, la nomina come Direttore di San Vittore, una vera e propria istituzione della città di Milano, per mille ragioni note, e pacificamente una delle carceri più importanti e più difficili all’interno del mondo dell’amministrazione penitenziaria.

Una Direzione che è durata 14 anni, e che ha visto una incredibile serie di iniziative di crescita, ancora più incredibile se si pensa al livello del sovraffollamento della popolazione penitenziaria, con i detenuti che dormivano nei corridoi, nel montacarichi, o che facevano “i turni” per dormire nella stessa cella.

Solo in sintesi, perché ogni iniziativa meriterebbe narrazione: i corsi di avviamento al lavoro, fino alla vera e propria organizzazione del lavoro, compresa la famosa cooperativa di gestione del servizio di call center, coordinata efficacemente da un detenuto ergastolano.

Altri progetti: da “la cura vale la pena”[1] sino alla creazione del reparto “La nave” per il trattamento avanzato dei tossicodipemdenti, con ritorni di altissimo livello (come è noto, il numero dei tossicodipendenti detenuti è enorme, e si avvicina al 30% del totale della popolazione carceraria).

Altre iniziative: l’organizzazione del coro, che dopo moltissime iniziative, sia interne che esterne, nel 2019 venne persino invitato a cantare alla Scala, e che ha avuto, ed ha, grande capacità trattamentale (il coro “è spettacolo, è gioco ed è sacrificio, perché far bene nello spettacolo e nel gioco necessita severo impegno, allenamento, costanza, studio, perché in gruppo la nota stonata coinvolge tutti…” – p. 254).

Gli artisti che entrano a San Vittore per i detenuti, artisti di fama che accettano di esibirsi in modo anche da creare una certa regolarità (Roberto Vecchioni, Ornella Vanoni, Claudio Baglioni, Fabio Treves, Gianni Morandi, Renato Zero più numerosi altri – Pagano ricorda che Claudio Baglioni, nel momento di cominciare la propria esibizione, rivolgendosi ai detenuti pronunciò il classico grazie di essere qui, leggermente fuori luogo nel contesto dato).

Poi ancora tanto teatro, con la sua magia che continuava a pagare in termini di trattamento (con la partecipazione di Giorgio Strehler e di Teresa Pomodoro).

L’I.C.A.M. (istituto a custodia attenuata per detenute madri), che avrebbe dovuto avere la funzione di sostituire il “nido” esistente a San Vittore, spostandolo fuori dal carcere.  

Non tutto ha funzionato, ma l’iniziativa ha avuto un impatto di enorme rilevanza.

Forse ancora più innovativo il passaggio successivo, e cioè l’“invenzione di un carcere normale” (p. 263): il carcere di Bollate.

Per chi conosce il mondo delle carceri è abbastanza evidente che Bollate non è “normale”: è qualcosa di profondamente diverso.

Grazie alla straordinaria capacità di relazione con la regione, con gli enti locali, con il c.d. terzo settore, con le realtà imprenditoriali, con il mondo del volontariato, vennero elaborate ed attuate iniziative destinate a durare: laboratori per la riparazione dei personal computer, call center, il progetto cavalli in carcere, il polo per il trattamento di alcune tipologie di rifiuti, biblioteche, aule scolastiche, sala teatro e molto altro ancora.

Ma ad un livello ancora più di base della normativa sul carcere: la distinzione tra i locali di pernotto (le celle) e gli spazi in cui si svolge la vita dei detenuti, anche in questo caso in attuazione di specifiche regole di ordinamento penitenziario, quasi mai realizzate, anche senza dover arrivare alle patologie fotografate dalla Corte EDU nella “Torreggiani”.

Come ho detto sopra, Bollate non è normale, ma nasce dalla convinzione profonda che la situazione carceraria è modificabile in attuazione della Costituzione: Bollate è la declinazione di quanto l’ordinamento penitenziario prevede, osserva Pagano, “e sono convinto che si possa fare anche di più e… ancora meglio...”.

Nota a margine, ma ne vale la pena: Pagano, con tutto il suo staff, non ha avuto “paura della firma” (espressione molto di moda), ma tutto al contrario ha avuto il normale coraggio della responsabilità, come deve essere normale per chi è chiamato a svolgere funzioni di responsabilità: “allora, se fai il direttore hai due strade davanti a te: convincerti che lo stato presente sia immodificabile –“manca il personale, le strutture, i soldi e si sa che può succedere di tutto” – o ricordare quali sono i tuoi doveri, le tue responsabilità e agire di conseguenza..” (p. 134).

Altra nota a margine, ma ne vale di nuovo la pena: le ricerche sui tassi di recidivismo dei detenuti di Bollate, pur con la grande difficoltà dell’analisi comparativa, dimostrano comunque in modo evidente una riduzione estremamente significativa della recidiva[2], e quindi ancora una volta l’attuazione della Costituzione e l’utilità per la società nel suo complesso.

Dopo San Vittore il dott. Pagano ha una serie di promozioni che lo portano prima al ruolo di Provveditore Regionale per la Lombardia, poi vice-capo al Dipartimento, dove svolge un lavoro eccezionale per cercare di risolvere la drammatica situazione del sovraffollamento delle carceri, nel breve tempo concesso dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo nella sentenza Torreggiani, con risultati notoriamente molto lusinghieri.

Per ragioni che nel libro non vengono affrontate – sarebbe interessante farlo – il dott. Pagano “torna indietro” concludendo il suo servizio all’interno dell’amministrazione penitenziaria come provveditore regionale.

Per concludere.

Il libro è il racconto della propria esperienza dal di dentro del carcere, ed è un testo divulgativo, di agevole lettura, destinato ovviamente ad un pubblico ampio e non solo o non tanto alla categoria dei giuristi.

Ma dentro l’esperienza esprime, con la grande umanità che caratterizza l’Autore, delle vere e proprie lezioni di ordinamento penitenziario costituzionale ed offre in modo vivido la possibilità di distinguere tra gestione burocratica dell’esistente e capacità di intervenire con assunzione di responsabilità.

Si può non essere d’accordo su alcune cose, e si può discutere su alcune riflessioni: ma la base è molto solida e la lettura fortemente consigliata.

 

 

 

[1] Progetto realizzato d’intesa con il Tribunale di Milano ed il Servizio sanitario che prevedeva la creazione di un presidio di esperti che giornalmente, durante i processi per direttissima nei confronti di imputati tossicodipendenti, offriva informazioni indispensabili per la valutazione immediata della possibilità per il tossicodipendente di essere affidato a strutture di recupero senza transitare per il carcere.

[2] Si veda, specificamente sull’impatto dell’esperienza del carcere di Bollate sui tassi di recidiva, G. Mastrobuoni – D. Terlizzese, Rehabilitation and recidivism: evidence from an open prison, settembre 2014; D. Stasio, Il carcere e quell’assenza di empatia con la Costituzione, in Questione Giustizia, 12 giugno 2017; D. Terlizzese, Persone dietro i numeri. Un’analisi del rapporto tra sistemi penitenziari e recidiva, Questione Giustizia, fasc. 3/2018, p. 136 ss.