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26 Giugno 2020


Depositata l’ordinanza con cui la Corte costituzionale rinvia l'udienza di un anno per consentire al Parlamento di modificare la disciplina sanzionatoria della diffamazione a mezzo stampa


Corte cost., ord. 26 giugno 2020, n. 132, Pres. Cartabia, Red. Viganò


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Diamo immediata notizia ai lettori del deposito dell’ordinanza con cui la Corte costituzionale, chiamata ad affrontare la questione della legittimità costituzionale, in rapporto agli artt. 21, 117, co. 1 e 10 Cedu, della comminatoria della pena detentiva per il delitto di diffamazione a mezzo stampa, con una scelta procedurale simile a quella adottata nel c.d. caso Cappato, ha rinviato di un anno la trattazione (ora fissata per l’udienza del 21 giugno 2021), al fine di consentire al Parlamento di intervenire con una nuova disciplina della materia.

In attesa di contributi di approfondimento, in questa Rivista può leggersi una riflessione del Prof. Gatta a margine del comunicato stampa con cui, il 9 giugno scorso, è stata data notizia della decisione assunta dalla Corte.

 

Di seguito riportiamo invece il testo del comunicato che ha accompagnato l’odierno deposito dell’ordinanza.

«Il bilanciamento tra libertà di manifestazione del pensiero e tutela della reputazione “non può (...) essere pensato come fisso e immutabile, essendo soggetto a necessari assestamenti, tanto più alla luce della rapida evoluzione della tecnologia e dei mezzi di comunicazione verificatasi negli ultimi decenni”.

Lo ha affermato la Corte costituzionale nell’ordinanza n. 132 depositata oggi (redattore Francesco Viganò), con cui ha rinviato all’udienza del 22 giugno 2021 la decisione delle questioni di legittimità costituzionale sollevate dai Tribunali di Salerno e di Bari sulla legittimità della pena detentiva prevista in caso di diffamazione a mezzo stampa, in modo da consentire al legislatore di approvare una nuova disciplina.

Il bilanciamento espresso dalla normativa vigente è divenuto ormai inadeguato, e richiede di essere rimeditato dal legislatore “anche alla luce della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (...), che al di fuori di ipotesi eccezionali considera sproporzionata l’applicazione di pene detentive (...) nei confronti di giornalisti che abbiano pur illegittimamente offeso la reputazione altrui”, e ciò anche in funzione dell’esigenza di non dissuadere i media dall’esercitare la propria cruciale funzione di controllo sull’operato dei pubblici poteri.

Il nuovo bilanciamento dovrà “coniugare le esigenze di garanzia della libertà giornalistica (...) con le altrettanto pressanti ragioni di tutela effettiva della reputazione individuale delle vittime di eventuali abusi di quella libertà da parte dei giornalisti; vittime che sono oggi esposte, dal canto loro, a rischi ancora maggiori che nel passato. Basti pensare, in proposito, agli effetti di rapidissima e duratura amplificazione degli addebiti diffamatori determinata dai social networks e dai motori di ricerca in internet”.

Un così delicato bilanciamento spetta primariamente al legislatore, che è il soggetto più idoneo a “disegnare un equilibrato sistema di tutela dei diritti in gioco, che contempli non solo il ricorso – nei limiti della proporzionalità rispetto alla gravità oggettiva e soggettiva dell’illecito – a sanzioni penali non detentive nonché a rimedi civilistici e in generale riparatori adeguati (come in primis l’obbligo di rettifica), ma anche a efficaci misure di carattere disciplinare, rispondendo allo stesso interesse degli ordini giornalistici pretendere, da parte dei propri membri, il rigoroso rispetto degli standard etici che ne garantiscono l’autorevolezza e il prestigio, quali essenziali attori del sistema democratico. In questo quadro, il legislatore potrà eventualmente sanzionare con la pena detentiva le condotte che, tenuto conto del contesto nazionale, assumano connotati di eccezionale gravità dal punto di vista oggettivo e soggettivo, tra le quali si inscrivono segnatamente quelle in cui la diffamazione implichi una istigazione alla violenza ovvero convogli messaggi d’odio».

(Francesco Lazzeri)