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10 Febbraio 2026


La giustizia oggi, tra risultati raggiunti, criticità da superare e fiducia sociale da non intaccare

Intervento del Procuratore Generale sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2025



Pubblichiamo in allegato (con titolo e neretti nostri) l'intervento del Procuratore Generale presso la Corte di cassazione, Dott. Pietro Gaeta, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario svoltasi il 30 gennaio 2026. Tanti sono i molti motivi di interesse dell'intervento del Procuratore Generale, nel contesto di un discorso di alto valore ordinamentale, civile e culturale, che, mentre mostra preoccupazione per problemi acuti che attraversa il mondo della giustizia, rimarca altresì gli straordinari risultati, poco sottolineati nel dibattito pubblico, raggiunti rispetto agli obiettivi del PNRR nel settore penale e civile grazie agli sforzi compiuti dalla magistratura e dalle istituzioni coinvolte dopo la riforma Cartabia.

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Signor Presidente, è a Lei che rivolgo, innanzitutto, il mio più rispettoso saluto, riconoscente dell’interesse che da sempre dedica alle problematiche della giustizia, guida insostituibile per i Magistrati italiani. Rivolgo il mio benvenuto ai più alti rappresentanti delle Istituzioni, che ci onorano della loro presenza; alle Autorità ed agli ospiti intervenuti, ai rappresentanti dell’Avvocatura, ai Magistrati e al personale amministrativo.

Questo odierno momento celebrativo sembra oscillare tra gli estremi di un paradosso. Per un verso, infatti, uno dei poli di esso segna un momento di intensa e legittima soddisfazione per i risultati conseguiti dalla giurisdizione ordinaria tutta, quanto alla sua organizzazione e alla sua efficienza nell’anno appena decorso. È un giustificato senso di compiacimento per quanto è stato conseguito nel compimento del primo e fondamentale dovere cui è chiamata la giurisdizione: la garanzia del diritto di accesso alla giustizia per i cittadini.

Il diritto di accesso alla giustizia è un valore fondamentale, dal quale nessun Paese che voglia definirsi democratico può prescindere: tutte le moderne costituzioni lo declamano. Orbene, nell’anno passato le poste attive di tale diritto costituiscono un unicum positivo, quasi senza precedenti. Se, infatti, per garanzia di “accesso alla giustizia” si intende innanzitutto l’efficiente razionalità organizzata di provvedimenti decisori della giurisdizione che seguono, in tempi contenuti e prevedibili, alla domanda di giustizia, allora sono univoci, nella loro positiva valenza, una serie di indicatori.

Posso qui ricordarne soltanto qualcuno:

- il settore penale, nella sua interezza, ha già conseguito, con largo anticipo, l’obiettivo di riduzione (- 25%) della durata del processo penale fissato per il 30 giugno 2026 dal Piano nazionale di ripresa e resilienza;

- nel settore civile, è praticamente conseguito l’obiettivo finale di riduzione dell’arretrato (- 90% al 30 giugno 2026) e, sulla base di credibili proiezioni, anche quello della durata (- 40%) è ampiamente alla portata e lascia ottimisti.

Risultati particolarmente lusinghieri, considerando che i parametri di produttività dei magistrati italiani sono al vertice di quelli europei, sia in termini di media che assoluti. In generale, può affermarsi che la magistratura italiana ha colto pienamente le opportunità di modernizzazione e di innovazione dischiuse dall’attuazione del P.N.R.R.: si sono recuperate fondamentali economie di scala ed eliminate sacche di inefficienza organizzativa; si è offerta piena ed efficace collaborazione alle strutture ministeriali per l’effettivo avvento del processo telematico. La magistratura tutta – giudicante e requirente – ha insomma, con convinzione, cooperato per elidere antiche criticità, affinché nessuna sede giudiziaria fosse ‘lasciata indietro’: quasi una ‘nuova solidarietà’ nell’organizzazione giudiziaria, grazie anche all’intelligente regia del Consiglio Superiore della Magistratura.

Sono stati realizzati obiettivi di efficienza davvero impensabili, senza tuttavia sacrificare né garanzie, né intelligenza operativa: ad esempio, quanto ai rimedi di impugnazione, assicurati con estensione e tempistiche uniche tra i sistemi giuridici occidentali; quanto ai metodi di pregevole professionalità nel contrasto al crimine organizzato; quanto, ancora, alla rinnovata sensibilità verso le autentiche piaghe criminali odierne, quali i reati di violenza nei confronti delle donne e gli infortuni sul lavoro. La giurisdizione, più moderna e organizzata, non è più la cenerentola tra i servizi sociali essenziali, con uno sforzo tanto più ammirevole perché compiuto con serietà ed in silenzio: anche se la serietà, spesso, non lascia tracce.

Eppure – ed è questo l’altro polo dell’oscillazione paradossale – le giurisdizioni, nelle varie assise sia nazionali che sovranazionali, faticano non poco, e molto più che nel passato, a “farsi comprendere”: perché gli esiti decisori non sempre vengono intesi come un prodotto “di giustizia” e di ponderazione. Anzi, la giurisdizione viene sovente percepita come lo strumento che, proprio approdando a ciò che è corretto, quasi impedisce di realizzare ciò che è “giusto”. Nell’attuale considerazione sociale, la giurisdizione fatica a fare intendere davvero le proprie decisioni come ciò che accomuna, in un unico contesto, la dignità, che è il fulcro attorno al quale ruotano i diritti fondamentali della persona; la giustizia, che è il cemento della vita sociale; l’equità, che rappresenta la misura dei diritti e dei doveri di ciascuno e di tutti assieme, e l’apprezzabilità, che esprime il benessere collettivo verso il quale istituzioni e corpo sociale dovrebbero tendere.

Accade che l’iniquità anche di una sola tessera del mosaico perturbi irrimediabilmente l’intera immagine, deformando ciò che per sua natura dovrebbe risultare armonioso ed equilibrato. Ed è proprio questo il nucleo di un problema incancrenitosi nel tempo: il dubbio, in breve, che la collettività percepisca davvero come “giusta” la giurisdizione, per come esercitata nel concreto e quotidianamente nelle sue varie sedi, nella sua essenza più profonda e dimensione complessiva, al di là di specifiche, quanto ineliminabili, fallacie.

Qui è il paradosso. All’apogeo storico dell’efficienza, fanno da contraltare, infatti, i segnali di rottura di quello che dovrebbe essere un pactum fiduciae tra cittadini e mondo della giustizia. Essi sono numerosi e riguardano un po’ tutti i settori della giurisdizione, specie quello della giustizia penale e della corretta sensazione sociale della sua complessiva credibilità: la rassicurazione, presso i destinatari delle decisioni, della sicura equanimità di esse.

Quello della fiducia sociale nella giustizia è, invero, bene troppo prezioso perché si possa rischiare anche solo di intaccarlo, giacché – è noto – ogni appannamento della giustizia si traduce, inevitabilmente, in un momento di disagio della democrazia. Il problema è complesso, perché vive, in parte, di “ombre cinesi”, manipolate ad arte per creare confusione e incertezza diffusi, e fomentare una divisione, piuttosto che secondare una coesione sociale; ma esso si alimenta anche – e occorre riconoscerlo con franchezza – di indiscutibili nicchie di “burocratizzazione” del nostro lavoro, come di talune deprecabili forme di protagonismo o, all’opposto, di ignavia, che inceppano la macchina e ne rendono obiettivamente asmatico il cammino.

Sarebbe assenza di lealtà verso i cittadini stessi, se noi Magistrati non scandagliassimo fino in fondo, al nostro interno, tali fenomeni per emendarli: senza autoindulgenza o esitazioni, ma con intransigenza e, soprattutto, con l’ansia costante di capire.

È vero poi che la conflittualità sociale ha raggiunto vertici inusitati, creando un cortocircuito nella domanda di giustizia, in cui la patologia del processo finisce per far dimenticare la fisiologia conciliativa e negoziale. Il crescente ricorso poi, negli ultimi lustri, alla ulteriore criminalizzazione in materia penale ha allargato il falso orizzonte del panpenalismo e le pericolose distorsioni, specie culturali, da esso indotte.

Lo scontro – perché come tale presentato agli occhi dei cittadini – tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili per un Paese che si vuole tradizionalmente culla del liberalismo giuridico.

In realtà, sulla giustizia occorrerebbe aborrire la logica del malcontento precostituito e della semplificazione dei problemi a tutti i costi, che è figlia (e madre) di assetti non dialogici: la democrazia, viceversa, è dialogo e concerto; produce ineluttabilmente soluzioni faticose, ontologicamente “compromissorie” (nel senso nobile dell’etimologia: “promettere insieme”) e di più lunga elaborazione ed attuazione. Ma lo schema binario della contrapposizione poco funziona quando la questione da risolvere sia un affare complesso e delicato come la giustizia di un Paese.

Tutta l’attenzione, mediatica e no, ha però finito per concentrarsi sullo strumento (il processo) e su taluni, emblematici esiti di esso, senza riflettere (o volendo deliberatamente svilire) quello che è il suo fine complessivo: applicare il diritto nel caso specifico. Questo, e non altro, è il valore aggiunto per ciascun cittadino, e solo così il mestiere del giudice potrà apparire, e non solo essere, un prodotto di equilibrio: valore morale e non solo giuridico, perché valore istituzionale e fiduciario. Per questo, Signor Presidente, spero molto nel recupero della razionalità e dell’armonia.

Spero, cioè, che presto siano abbandonati i sentimenti estremi che possono ferire le Istituzioni, per lasciare spazio, piuttosto, ai “pensieri lunghi” che invece su di esse dobbiamo coltivare. Primo fra tutti, che le Istituzioni non ci appartengono e che ci sopravvivono e noi ne siamo solo, davvero evangelicamente ancorché laicamente, “servi inutili” e temporanei interpreti, con il legato di consegnarle – possibilmente migliorate, sicuramente preservate – a chi verrà dopo.

Occorre lavorare per recuperare lucida razionalità istituzionale. Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno: non ai cittadini, che alla giurisdizione devono potersi integralmente affidare, con la fiducia costruita in anni di difesa, nel Paese, dei diritti fondamentali e della legalità; non all’Avvocatura, che ha contribuito a preservare, proprio nella dialogia con la Magistratura, i pilastri delle garanzie dello Stato di diritto; non alle Istituzioni rappresentative, che necessariamente devono fondare forza e legittimazione di tale rappresentatività sull’irrinunciabile rispetto del principio di separazione dei poteri, dunque anche dell’indipendenza ed autonomia della Magistratura.

L’obiettivo è che cessi ogni lacerazione istituzionale, solo demolitiva, solo deleteria. Obiettivo chiaro, che presuppone una altrettanto chiara distinzione dei ruoli che ciascun protagonista deve svolgere: ciascuno nel proprio alveo, senza alcuna pretesa di poter supplire le eventuali inerzie o manchevolezze altrui, ma anche senza tentennamenti nel rivendicare appieno, e nei confronti di chicchessia, l’integrità dei propri spazi funzionali.

Non bisogna fomentare l’illusione sociale che, in un senso o nell’altro, i problemi della giustizia siano, come per incantesimo, risolti: essi, viceversa, sono complessi e la loro tortuosità, per essere districata, richiede paziente collaborazione, non rottura. Soprattutto, non ci sarà consentita la facile distrazione da compiti autenticamente indefettibili che, da troppo tempo ormai, attendono tutti noi: primo fra tutti, quello di profondere ogni possibile energia per far cessare lo scandalo di vite diversamente vissute all’interno del carcere, di questo carcere. È un appuntamento con la Storia – questo sì, davvero – che non possiamo più mancare, se vogliamo essere, prima che uomini delle Istituzioni, almeno, soltanto, uomini responsabili